Lo sguardo di Marina Rinaldi sulla
Vogue Fashion’s Night Out
Se Google Earth ci avesse mostrato la terra la notte del 10 settembre forse avremmo notato un anomalo scintillio percorrere qua e là la sua forma tonda, da Est a Ovest.

Il mondo festeggia la Vogue Fashion Night Out
Un’altro degli effetti della Vogue Fashion’s Night Out, ci piacerebbe pensare. Delle luci delle vie della moda illuminate a giorno, delle vetrine sfavillanti dei negozi e della gente comune – tanta, tantissima – che ha affollato le strade con stilisti, modelle, celebrities e i protagonisti del mondo della moda. E di quell’idea di abbreviare le distanze tra moda e persone, invogliare la gente a visitare gli showrooms, regalare un’occasione di shopping e solidarietà. Il tutto contemporaneamente (o quasi) in tredici paesi, nove fusorari e undici lingue, dando vita a un autentico global fashion event.
Così, mentre a Bond Street una celebre stilista cucinava crepes e le serviva ai clienti del proprio atelier, nella Ville Lumière Carine Roitfeld, editor in chief di Vogue France, si prestava a dare consigli di per il look alle clienti in visita nelle boutiques parigine. Milano, contemporaneamente, si tingeva di green – nonostante il suggestivo red carpet che ha invaso per intero via della Spiga – vendendo prodotti speciali e limited edition il cui ricavato sarebbe andato al progetto”Adotta un albero” che ha lo scopo di piantare cinquemila nuovi alberi in città e a cui la nostra green attitude non ha saputo resistere.
New York, qualche ora più tardi, rispondeva con 700 negozi aperti e strade brulicanti di persone accorse all’invito-non-invito lanciato da Vogue “neither tickets nor invitations required, locations are open to anyone and everyone”.
Che l’avvicinamento della moda alle persone si sia rivelato la giusta ricetta per uscire dalla crisi? Intanto, c’è già chi pensa alla prossima…
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